Quando dove si faceva sport non si gioca più…

Tendopoli a Cavezzo

Un destino cinico e beffardo quello che coinvolge i luoghi di sport, campi da calcio, stadi, palazzetti quando succedono tragedie sociali e naturali. I luoghi che hanno esaltato la vita diventano improvvisamente altari di morte o sofferenza. Lo abbiamo purtroppo verificato nei luoghi colpiti dal sisma in Emilia di questi giorni, ma che è solo una propaggine di quello che ci riserva la storia. Da un punto di vista sociale, negli anni ’70 ad esempio, il dittatore cileno Pinochet rinchiudeva i prigionieri politici e li torturava all’intero dello stadio di Santiago del Cile. E che drammatiche immagine quelle delle lapidazioni che i talebani organizzavano allo stadio di Kabul davanti a migliaia di uomini…

Ma sono gli eventi naturali a vedere ancor più interessati questi luoghi dove solitamente si esaltano la vita ed i giovani. L’immagine va negli States con l’uragano “Katrina” ed i tanti sfollati che hanno trovato spazio ed accoglienza all’ntero degli immensi palazzetti dello sport trasformati in grandi dormitori. Ma l’immagine va anche alla nostra Italia ed allo stadio del rugby de L’Aquila trasformato in tendopoli per la prima emergenza e che ora fortunatamente ha ripreso la sua abituale funzione di tempio dello sport.

Palasport e "canadesi"

E quelle immagini purtroppo si ripetono anche ai giorni nostri nel sisma che ha colpito l’Emilia Romagna. A Cavezzo vicino Modena, il piazzale antistante il palazzetto dello sport, reso inagibile dal sisma, è stato trasformato in tendopoli così come l’adiacente campo sportivo, gestito proprio dalla protezione Civile dell’Abruzzo. Lo stadio del calcio sempre di Cavezzo è aperto tutto il giorno e la notte perché negli spiazzi dell’impianto, ci sono tende e camper che si servono dei servizi igienci dello stadio e poi centro di raccolta “Caritas”. E così anche a Mirandola ed altri centri colpiti da questa catastrofe naturale. E se una tenda piantata in un giardino pubblico  colpisce, rattrista, quella piantata in un campo sportivo purtroppo dà l’idea concreta della catastrofe.

Gabriele Zanchin

Come contribuire ad aiutare

Ficarolo, Rovigo

La prima scossa del 20 maggio, concentrata più sul ferrarese, ha lambito anche alcuni centri del nostro alto Polesine. Il 29, invece, con quella più disastrosa nel modenese, danni si sono registrati anche in alcuni comuni del Mantovano. In particolare fra Lombardia e Veneto sono state interessate chiese, vecchi rustici e patrimonio culturale. Qui accanto, per esempio, la chiesa di Ficarolo il cui tetto, come in quella di Occhiobello, è stato seriamente danneggiato. Molti meno i danni al resto delle costruzioni, gli “sfollati” veneti sono in tutto una quarantina – ci hanno detto in zona – e nessuno è in condizioni critiche. Nessuno, insomma, dorme in tenda.

L’Avis regionale Veneto, su proposta della Provinciale Rovigo, ha istituito il 5 giugno una sottoscrizione per il Polesine: Avis Regionale Veneto – pro terremoto – Banca Antonveneta – IBAN: IT38J0504012003000000256224.Avis regionale Emilia Romagna e Avis Lombardia e nazionale insieme hanno aperto a sostegno delle sedi colpite, già all’indomani della prima scossa, il seguente c/c: Banca Popolare dell’Emilia-Romagna IBAN: IT71X0538702403000002059627.

San Possidonio, Modena

Nel silenzio post terremoto, scrivere per raccontare

 

Concordia

Con la foto qui sopra – scattata l’11 giugno a Concordia sulla Secchia (Modena) – tentiamo solo di renderlo visivamente, il silenzio. È il cimitero del paese, distrutto. Ci è sembrato irreale il silenzio, lì nella “bassa” modenese colpita dal sisma del 20 e 29 maggio scorsi. Lo si “sente” (sì, lo si può ascoltare il silenzio) anche nelle strade aperte al traffico, anche dove i bambini giocano ancora, anche nelle code per il pranzo del “Campo Abruzzo”. E anche quando parlano con te, gli emiliani del cratere sismico, li percepisci continuamente in ascolto. Delle tue parole, certo, ma soprattutto delle vibrazioni o del rombo sordo con cui il terreno comunica le sue intenzioni, momento per momento.

Una casa a Cavezzo

Perché qui ormai occorre essere pronti ad “ascoltare”, attraverso le suole delle scarpe o le gambe delle sedie, ciò che questa terra finora generosa vuol fare della tua vita e del tuo paese. Parlano con i sensi continuamente all’erta lì a Cavezzo come a Mirandola, a Concordia come a San Felice sul Panaro, all’Avis di Modena come a San Possidonio. Ti sorridono, nonostante tutto. Ti sorridono e ti parlano, perché sei lì con loro, non per “sciacallaggio mediatico”, ma per documentare la realtà di ciò che è, di ciò che è stato e di ciò che può ancora accadere. Per raccontarlo ad altri volontari, semplicemente, senza cercare lo “scoop” a tutti i costi. E “ascoltando il silenzio” assieme a chi la notte dorme ancora con la famiglia nella tenda “quequa” o nella roulotte piazzata nel giardino della casa pur agibile, percepisci anche qualcosa che va ben oltre la paura. È l’orgoglio di essere “quelli della bassa”, quelli duri, quelli che non mollano, quelli che – certo – sanno piangere, ma non son capaci di compiangersi.

Subito dopo la prima “botta” che colpisce duro alcuni centri della “bassa” ferrarere-modenese (20 maggio, ore 4,04), l’Avis Emilia-Romagna inizia a far la conta dei danni. Per quanto riguarda le sedi-Centri di raccolta si segnalano problemi a Bondeno, Mirandola, Finale Emilia, San Felice sul Panaro, Ferrara, Mirabello, Poggio Renatico, Cento. Quattro giorni dopo tutta l’Assemblea nazionale Avis a Montecatini Terme abbraccia i “fratelli di sangue” emiliani. Sette i morti del 20, tutti nel ferrarese, nella scossa di magnitudo 5,8 che ha lambito di striscio anche a nord del Po, fra il mantovano e il polesine. Ma il peggio deve ancora arrivare.

Una seconda forte scossa “gemella” colpisce ancor più duramente una ventina di centri della provincia di Modena il 29 maggio alle 9,04. La terra non risparmia niente e nessuno: capannoni, chiese, centri storici, case, scuole e… sedi Avis. I morti salgono ancora: 27 in totale, centinaia i feriti, 17mila gli sfollati e incalcolabili i “semi sfollati”. Sono coloro che, con la terra che trema 30-40 volte nelle 24 ore, ancor oggi durante la notte non si fidano più della propria casa, pur agibile. Si intensifica e si allarga l’immensa catena di solidarietà, anche avisina, già scattata il 20 maggio.

Giornale avisino, dalle Avis abbiamo iniziato per raccontare alcune storie fra le mille che si dipanano in occasioni simili. Come per L’Aquila 2009, la redazione è andata sul posto per documentare e informare, stavolta “rinforzata” da un collega del Gazzettino. Come in Abruzzo abbiamo sentito parlare cento idiomi diversi: il respiro dell’Italia! Quella reale. Un Paese che in solidarietà è sempre Uno e indiviso.

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Nella sezione “Speciale terremoto Emilia”  le cronache di “un giorno nella Bassa” di Michela Rossato e Gabriele Zanchin ed altri articoli.

Beppe Castellano


Pronto, chi dona? Attraverso il Veneto della “chiamata” Avis

di Beppe Castellano e Michela Rossato

Dall’Alpi fin fra i due grandi fiumi, dalla Giorgion magione fin alle Lanerossi…No, non è una parodia del “5 maggio” del Manzoni in chiave veneta. È solo, molto più prosaicamente, la sintesi di alcuni “punti chiamata” delle nostre Avis e Abvs che siamo andati a scoprire o che ci siamo fatti raccontare. Certo, perché di programmazione, di razionalizzazione, di non dissipare il dono dei nostri avisini e di trattarli il meglio possibile prima, durante e dopo la donazione se ne parla spesso. Anche su queste pagine. Gli Uffici di chiamata associativi che – come leggiamo nelle pagine precedenti – molto contribuiscono a centrare anche gli obiettivi della Sanità regionale, però, erano un po’ “sconosciuti” anche per noi della redazione. Figurarsi per una gran fetta dei nostri lettori, nelle cui realtà locali ancora non funzionano… E così abbiamo abbiamo voluto “toccare con mano” la realtà dei due “Uffici provinciali di chiamata” attualmente funzionanti in Veneto: Belluno e Rovigo. Ma non solo. Anche due Uffici di chiamata comunali (o intercomunali) come Schio e Castelfranco Veneto sono finiti sotto la lente. L’obiettivo? Capire come funzionano e, soprattutto, sentire dalla viva voce dei protagonisti (i donatori) se essere “sollecitati” in tal modo è un fastidio o un beneficio anche per loro. Se possono essere scontate la laude

DeBortoli, D’incà, DeBona

degli operatori sanitari, che possono lavorare in modo più programmato e quindi e con meno stress da “affollamento”, non davamo certo per scontato anche quelle dei diretti interessati: i nostri donatori. C’è chi, infatti, anche fra i dirigenti avisini afferma – è in alcuni casi ci può essere forse anche un fondo di verità – che “il donatore, se lo si “inquadra” troppo, può perdere la spinta “volontaristica” sentendosi solo parte di un meccanismo”. Ma iniziamo, proprio con le parole di un “tris” di donatori (di età e percorsi diversi) al Centro trasfusionale di Belluno, una qualsiasi mattina di Gennaio.

Alberto De Bortoli, donatore da 6 anni, convinto da un amico: “Con l’ufficio di chiamata, donare è tutta un’altra cosa. Prima, quando venivo a donare, perdevo anche tre ore, ora un’oretta al massimo”. Alfredo De Bona, 50 anni, donatore da 20 anni, convinto da un amico: “con il passare del tempo, ho visto migliorare molto il sistema della prenotazione. Negli ultimi anni si è passati dalla cartolina alla chiamata telefonica, che a mio avviso è un grande passo in avanti. Lo ritengo un ottimo sistema, perché non ci si dimentica di donare e si dona quando c’è bisogno, senza spreco di sangue. Attendo la chiamata”. Silvia D’incà, 26 anni, diventata donatrice 8 anni fa assieme ad un’amica: “ho cominciato con il vecchio sistema, ma quello della prenotazione e della chiamata telefonica è decisamente migliore. Io attendo che mi chiamino, così sono sicura di potermi organizzare per tempo al lavoro e di donare quando c’è effettivamente bisogno”. Tempo risparmiato, niente “amnesie”, sentirsi davvero utili quando c’è bisogno ed essere certi che il proprio sangue serva tutto. Un “controcanto” che, pur spostandosi di circa 200 chilometri, si ascolta anche in Polesine. Centro trasfusionale di Rovigo, una settimana dopo, direttamente sul lettino.

Massari, BertagliaBellino Bertaglia, 52 anni, donatore da 30: “mi trovo bene con la chiamata telefonica, perchè vengo quando mi chiamano, non mi dimentico di donare, mi organizzo la giornata, posso spostare la donazione se ho un imprevisto senza mettere in difficoltà nessuno”. Sulla migliore organizzazione del “proprio” tempo, concorda la vicina di “dono” Maria Enza Massari, 36 anni, donatrice da 7: “mi trovo molto bene con questo sistema di chiamata. Concordando giorno e orario in base alle proprie esigenze, ci si organizza il lavoro e il proprio tempo. Non c’è confusione al momento della donazione, non si spreca tempo né sangue”. E auspica pure l’esportazione, del metodo, non delle già migliaia di sacche che da Rovigo vanno a Padova e anche fuori regione ogni anno: “mi auguro vivamente che questo sistema possa essere adottato anche da altre parti, perché lo ritengo un valido aiuto ai donatori”. Solidarietà avisina a tutto tondo… è proprio una questione di Dna.

Maugeri

Come Michelangelo Maugeri, 26 anni, donatore da poco che non nasconde l’atavico timore dell’ago, ma… “confesso di essere molto spaventato ad ogni appuntamento con l’ago, ma mi faccio forza perché ritengo il dono un dovere civile. Quando mi chiamano vengo, perché significa che qualcuno ha bisogno. Il sistema della chiamata evita sprechi di tempo per noi donatori e di sangue per chi lo raccoglie e lo utilizza. Secondo me è un ottimo sistema”. Dalla pianura, ci spostiamo ancora verso le Dolomiti, per trovare un’altra  “matricola” del dono.

Si tratta di Giorgia Meneghel, 33 anni, donatrice da 6 mesi. È stata convinta convinta dal fidanzato e anche “in famiglia”, avendo il nonno donatore: “sono alle prime donazioni e mi trovo molto bene con questo sistema di chiamata, perché mi posso organizzare la giornata senza perdite di tempo”. Affermazione che varrebbe un Sms per i tanti giovani indecisi proprio per paura di perderne troppo… di tempo. Ancora Dono & Vita a portata di mano, sempre a Belluno, anche per Andrea Caproni, 39 anni, donatore da sei.

Meneghel

A convincerlo a donare fu il cognato: “trovo positivo il sistema della chiamata telefonica, perché fa risparmiare tempo. Un po’ d’attesa c’è, ma rispetto al passato si è molto ridotta”.E chiudiamo, ma solo per quanto riguarda i pareri dei donatori, nel Centro trasfusionale della città che diede il nome al “mare” della Serenissima: Adria: Cristian Matta, 35 anni, donatore da 8: “il sistema della prenotazione e chiamata telefonica mi piace, perché risparmio tempo e posso essere utile a chi ha bisogno in un giorno e orario che si adatta alle mie esigenze. Sono sempre aggiornato sull’intervallo di tempo tra una donazione e l’altra e così non me la dimentico. Così come sono aggiornato sulle ultime novità grazie all’invio delle email. Sono diventato donatore per dare una mano al prossimo e con questo sistema mi trovo meglio io donatore, ma lavora meglio anche il personale, che ringrazio perché è sempre disponibile”. Fin qui le “voci” dei donatori, girando pagina vediamo come funzionano gli Uffici di chiamata con il parere di dirigenti e medici.

 

Caproni
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