Quella lunga “linea rossa” che attraversa la vita e la solidarietà.

Dalla “Pagina del direttore”, numero di dicembre 2014 di “Dono&Vita”

Di solito, quando si parla di “linea rossa”, si parla di fatti di sangue (non donato, ma versato) oppure di confini insuperabili. Per questo giornale non è così. La linea, in verità, è un po’ spezzettata e qualche curva la fa. Più che una linea è un lungo filo rosso, che percorre tutto questo numero. Oppure un nastro rosso (siamo a Natale…) che avvolge e impacchetta ogni pagina. Quasi fosse un “pacco dono”, quest’ultimo numero del morente 2014. Siamo riusciti a farlo, sperando che vi piaccia, raccontando, narrando. Storie, semplicemente storie di uomini, di donne, perfino di bambini di cento e più anni fa. Storie semplici di oggi, di ieri, anche di domani. Partiamo dall’inizio? Da chi non può più donare… Ma che può ancora collaborare, come la donatrice che “apre” il nostro giornale. Una parte cospicua, sei pagine, è dedicata al grande “dono” della ricerca. Quella pura, quella che non scende a compromessi con il mercato, quella che punta dritto al cuore della malattia, piuttosto che alla Borsa. Ed è sostanzialmente proprio la Ricerca pura – permettetemi la maiuscola – che richiede grande coraggio. Da parte dei ricercatori stessi. Prima di tutto il coraggio di esplorare vie sconosciute e inesplorate, verso la guarigione delle malattie. Potranno forse rivelarsi vicoli ciechi, ma qualcos’altro sarà stato aggiunto alla conoscenza collettiva. Già è il coraggio di voler conoscere, capire, sapere, che oggi sembra scemare via via. Ed è anche il coraggio di essere sempre se stessi, di sapere fin dall’inizio che se non vogliono o non vorranno in futuro scendere a compromessi dovranno rassegnarsi a non arricchirsi, mai. Ed eccole, quindi, le storie “grandi” di Fondazione Telethon o più “piccole”, ma non meno importanti perché fatte ugualmente con cuore e testa, di Fondazioni più piccole come la nostra Tes. Sono storie di oggi, quelle che si dipanano e si intrecciano in questo numero, di giovani entusiasti di donare e di donarsi, di stare insieme, di contribuire a “costruire” qualcosa. Non di mattoni e cemento, ma con i più antisismici e indistruttibili mattoni della solidarietà. E sono storie umili, di gente comune, di anziani pescatori che – scorriamo il Samaritano 2014 – oggi nei nostri mari pescano uomini, donne e bambini, più che pesci. E lo fanno in modo “naturale”, cercando di salvare vite. E lo fanno senza alcuno sforzo verso chi non ha avuto la fortuna di avere i nostri, di doni: pace, benessere (pur “relativo” come ci sembra oggi, abituati bene com’eravamo), cibo, acqua, per non parlar del superfluo. S’intrecciano le storie, sì. Fra l’Africa del Cuamm, per esempio, i suoi “ospedali” di oggi e i nostri “ospitaletti dei bambini” di inizio secolo nella (oggi) ricchissima Brescia. Allora senza sangue si moriva, oggi senza sangue si muore… Soprattutto lì, dove nulla c’è rispetto a noi. Èd è una parte fin troppo estesa, ancora, del mondo. È un coro, questo numero, o forse è meglio dire una grande orchestra in cui ogni storia è uno strumento. Ogni strumento musicale può certamente suonare da solo, perfino un triangolo o un ottavino, suscitando in chi ascolta sensazioni piacevoli. Ma in un Inno alla Gioia o in una Carmina Burana, la musica penetra direttamente nel cuore di chi ascolta (e vi resta per sempre) solo se tutti gli strumenti e le voci “lavorano” insieme. Ognuno per la sua parte, grande o piccola che sia, più o meno considerata o “udita” che sia dal pubblico. Quando si raggiunge quest’armonia, ogni componente di coro e orchestra può conservare benissimo la sua individualità, ma in quel momento tutto diventa possibile, perché ognuno si stempera, donandosi, all’altro e al Tutto. Buone Feste.

Il direttore Beppe Castellano

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