Angelo, il donatore-bambino del 1913 che salvò l’amico emofilico

C’erano una volta… e forse ci sono ancora. Sembrano favole, ma saranno favole vere. Un filo rosso li unirà. Il quando sarà oggi, ma anche ieri o… più di un secolo fa. Oppure può essere anche domani. Per ognuno di noi e di voi. Ci è parso un bel modo per augurare, a tutti voi e noi, un felice Natale 2014. E per inaugurare una nuova “pagina” di Dono&Vita web.

 

La prima volta in cui un “avisino” effettuò una donazione-trasfusione braccio a braccio fu esattamente 101 anni fa. Fu prima ancora che l’Avis nascesse ufficialmente, 14 anni dopo nel 1927, grazie al sogno di Vittorio Formentano. L’avisino in pectore aveva soltanto 6 anni, si chiamava Angelo Frosio, non sapeva ancora che sarebbe entrato più tardi a far parte della grande famiglia Avis. Il ricevente fu un suo amichetto e vicino di casa di 3 anni, Fernando Ravasio. Il piccolo, emofilico, stava morendo per un’acuta emorragia come già era successo ai suoi due fratelli maggiori, affetti dallo stesso deficit. Angelo, con cui giocava sempre in cortile, si offrì volontariamente da dare il suo sangue: non voleva perdere l’amico del cuore.

Frosio/Ravasio
Angelo Frosio e Fernando Ravasio

Non è una fiaba e neppure un racconto di De Amicis dal libro “Cuore”. È storia vera e documentata. Qui accanto si tengono per mano in una foto d’epoca, dopo la trasfusione e la, pur temporanea, “guarigione”. La storia ce l’ha raccontata, un giorno, il Professor Mario Zorzi, 95 anni, lucidissimo “decano” dei Presidenti nazionali Avis e cultore della storia della medicina. La stampa dell’epoca dette molta enfasi all’episodio. Grazie a ciò, in particolare alla mitica “Domenica del Corriere” e all’archivio web del ”Corrierone”, ovviamente incuriositi, l’abbiamo approfondita. È riportata anche in una bella pubblicazione, “Un dono lungo cent’anni”, dell’Avis provinciale di Brescia che ringraziamo.

Fu un vero miracolo della medicina. I gruppi sanguigni (A, B, AB e 0) erano stati scoperti solo pochi anni prima (1901) da Karl Landsteiner, medico austriaco a Trieste, mentre la scoperta del fattore Rh era ancora di là da venire (1940).

FRosio Brescia
Angelo e Fernado sul lettino di “prelievo”

Fu la prima trasfusione riuscita e documentata dalla stampa nella storia italiana. Fra i due bambini non fu per la precisione braccio a braccio, bensì “braccio a… piede”: dalla vena radiale dell’Angelo, a una del piedino di Fernando. A quell’età, anche oggi, trovare una vena “agibile” è sfida per polsi che non tremano.

“Fernando – ci ha raccontato il professor Mario Zorzi – era caduto dalle scale una settimana prima, si era rotto un labbro e sanguinava copiosamente dalla bocca.

Il professor Zorzi
Il professor Zorzi

Il suo sangue non poteva, ovviamente, coagularsi, fu ricoverato all’Ospedaletto dei Bambini appena aperto. Era ormai quasi dissanguato, in fin di vita. I medici non potevano far nulla per fermare l’emorragia. Allora – ma anche fino a 50 anni fa in Italia e in molte parti del mondo ancor oggi, ndr – chi aveva questa malattia era quasi sempre destinato a una, pur breve, vita di dolori e morte certa in caso di emorragie. Fu così che quel medico coraggioso, fondatore dell’ospedaletto dei Bambini di Brescia, osò ciò mai era stato tentato prima. Questo grazie all’atto generoso, e ancor più coraggioso, di un bambino “compatibile” e della sua famiglia”.

Il bimbo donatore, quando nacque l’Avis a Brescia nel 1935, pare divenne uno dei volontari. Di sicuro fu un valido testimonial. Nel libro “Un dono lungo cent’anni” Francesco Zane riporta infatti come, nel 1965, il donatore Angelo Frosio ormai 58enne venne festeggiato durante la festa per il 30° di fondazione.

FRosio Brescia
Angelo Frosio a 20 anni

Frosio, tra l’altro, divenne un ingegnere meccanico e in età giovanile perfino un quasi olimpionico atleta di “Forza e Costanza”, società sportiva del ventennio a Brescia. Si sposò ed ebbe una figlia, Mariarosa, ancora vivente e memore di quell’impresa di un “padre bambino”. Il destino dei due amici però si divise, i Frosio andarono ad abitare poco fuori città, a Nave in Valle del Garza.

E il piccolo Fernando? Anche lui crebbe e si sposò, nonostante l’Emofilia. Ebbe a quanto pare anche lui una figlia. Divenne presto, a quanto abbiamo appreso, anche un artista: incisore citato in alcuni testi critici. Fu proprio la sua passione per l’arte che all’età di 28 anni, quindi nel 1938, se lo portò via. La causa? Un’altra emorragia, ovviamente, causata stavolta da una sgorbia con cui si ferì gravemente una mano. L’Avis, certo, c’era già, ma evidentemente stavolta un donatore non arrivò in tempo.

Il dottor
Il dottor Magrassi, in primo piano coi baffi “umbertini”

Ma qual’era il nome del medico che effettuò la temeraria “operazione”? È una coincidenza e curiosità nella curiosità che ci riporta, ancora una volta, ad oggi. Il medico si chiamava Artemio Magrassi, fu fondatore dell’Ospedalino dei Bambini di Brescia e tra l’altro autore di una “Storia sanitaria di Brescia – 1880-1950”. Il dottor Magrassi, nato a Pavia, guarda caso si era laureato a Torino con il professor Carlo Forlanini, fratello maggiore di Enrico (aviatore e ingegnere) cui è intitolato a Milano il viale dove ha sede Avis nazionale. Corsi e ricorsi storici. O fiabeschi?

Beppe Castellano

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