Un giorno nella ‘bassa’ che trema, ma resiste

di MIchela Rossato

Fra Concordia e Mirandola

“Avevo l’impressione di essere su una barca, con il mare agitato, e di non riuscire a scendere. Una sensazione strana, di impotenza, che mai avrei immaginato di dover provare ancora altre dieci, venti volte, e chissà per quanto tempo ancora”. È un fiume in piena il giovanotto che incontriamo, scendendo dall’auto,  davanti alla sede dell’Avis provinciale di Modena. Sono le dieci del mattino dell’11 giugno ed è iniziato da qui il nostro, seppur parziale, “viaggio” nella terra emiliana colpita dal sisma. Una lunga sequenza di scosse, che dal 20 maggio non dà tregua a migliaia di abitanti. “Si vive con una paura tremenda addosso, che si fa molto pesante soprattutto di notte – continua il ragazzo – io dormo in tenda dalla prima scossa, come tante altre persone e non credo di riuscire a tornare a casa finché la terra non deciderà di stare ferma”.

Ci viene incontro il responsabile della Protezione civile dell’Avis regionale Emilia Romagna, Gianni Benincasa, che ci farà da guida tra campi e volontari.Non prima di aver incontrato il presidente dell’Avis provinciale modenese, Maurizio Ferrari, che sta coordinando da settimane una situazione difficile, ma sotto controllo. Mappa alla

Volontari Avis al lavoro

mano, è desolante il quadro che ci presenta: nella zona colpita dal terremoto, 12 sedi sulle 14 totali che svolgono servizio di raccolta del sangue, sono dichiarate inagibili. Funzionano solo quelle di Soliera e San Possidonio. Per le altre sono previsti tempi di “riapertura” compresi tra i 12 e 18 mesi, e quindi si stanno trovando soluzioni alternative, come il temporaneo trasferimento dell’attività in autoemoteche, in arrivo da Torino e Bari, oltre che da altre zone d’Italia. Stessa sorte, per motivi di sicurezza, per la donazione delle piastrine, trasferita dal Policlinico di Modena al Centro di raccolta dell’Avis provinciale, che visitiamo e dove i donatori come sempre non mancano. Benincasa ci spiega che gli sfollati sono 16mila, che sono arrivati e stanno arrivando volontari da tutta Italia, instancabili.

Subito dopo ci mettiamo in auto alla volta del Centro provinciale della Protezione civile, alle porte di Modena. Il Centro è perfettamente organizzato, sia per il coordinamento degli aiuti, sia della raccolta del materiale da smistare nei vari Comuni. Un camion di bottiglie d’acqua è appena arrivato da Ragusa, grazie alla generosità di una ditta privata e dell’Avis, due tensostrutture sono arrivate da Avis della provincia di Cremona, altro materiale da Avis di Abruzzo e Basilicata. Bastano pochi minuti per rendersi conto della grande forza dell’Italia (anche avisina), da nord a sud, nello stringersi attorno a chi ha bisogno. E i volontari avisini li troviamo anche nelle cucine, intenti a preparare il pranzo per tutti i volontari.

La seconda tappa del nostro viaggio è il Campo dei Vigili del Fuoco che a centinaia, dal giorno della prima scossa, si danno il turno per mettere in sicurezza gli edifici e aiutare la popolazione. Loro il compito di delimitare in ogni paese la cosiddetta “zona rossa”, la più pericolosa. Alle 12 raggiungiamo la tendopoli di Cavezzo e quando leggiamo il nome, ci viene un tuffo al cuore: “Campo Protezione civile Abruzzo”. È proprio a ridosso del Palasport e della sede Avis, inagibili. Impossibile non tornare con il pensiero all’altro terribile sisma, a L’Aquila e dintorni. Dopo la visita al campo e al paese di Cavezzo, particolarmente “ferito”, raggiungiamo San Possidonio dove a colpirci è la chiesa, che non potrà più ospitare alcuna messa. Ci dicono che su 43 chiese totali della diocesi di Carpi, ben 40 sono danneggiate seriamente.

Ci rimettiamo in macchina. Per tutto il pomeriggio, in campagna e lungo le vie dei paesi che attraversiamo, ci sono tende e roulotte ovunque, nei giardini, nei parchi e nei campi sportivi. Da San Prospero a Mirandola (con un campo tende di 475 persone di dieci etnie diverse, gestito dalla Protezione civile del Friuli V.G.) a San Felice sul Panaro, (con campi gestiti da Veneto e Trentino), a Concordia sulla Secchia (dove troviamo i campi della Protezione civile di Lazio e Toscana), è un ripetersi di immagini, danni e silenzio, tanto silenzio. Una sensazione surreale che ci ha accompagnato per tutto il tempo, senza mai lasciarci. La terra, intanto, continua a tremare. Non trema, per fortuna, quando il direttore si infila con una scusa in zona rossa a Concordia e gira l’angolo, nikon al collo, per documentare la realtà. Torna dopo pochi, lunghi minuti, abbondantemente sgridato dalla vigilanza. Con sé ha, tra le altre, la foto di copertina del numero di giugno. È la torre della caserma dei Carabinieri in “Via della Resistenza”. Negli occhi e nelle orecchie porta la desolazione dell’assordante silenzio del deserto in zona rossa. Sulla via del ritorno, dopo aver salutato e lasciato Benincasa ai suoi tanti impegni di questi giorni d’emergenza, passiamo per il basso Mantovano e il Polesine, “vicini di casa” dell’Emilia ferita e feriti a loro volta, anche se per fortuna in modo decisamente più lieve.

Continua

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