La bistecca fantasma e il sergente indiano – Donatori in prigionia

Questa storia l’abbiamo quasi “rubata”, con la “complicità” di un presidente provinciale Avis di cui non faremo il nome. È emersa, ormai dimenticata, da una pila di carte e di documenti dello studio di Giovanni Battista Gajo, ormai ex primario del Centro trasfusionale di Treviso. Il dottor Gajo stava svuotando il suo studio per lasciare lo spazio libero per chi verrà dopo di lui. Come abbiamo scritto nei mesi scorsi, infatti, dopo più di 40 anni di carriera Gajo è andato in pensione. Un presidente provinciale a caso passava di là in quel momento a salutarlo e ha pensato, dopo aver letto manoscritto e testimonianza, di chiederlo in dono per il giornale e per tutti i lettori. Eccovene copia e trascrizione oltre a qualche foto del campo di prigionia da noi recuperate in internet.

Treviso, 9-10-1981

Carissimo “Dotor” e nipote Gianni, visto che tu sei un “dotor” del sangue, ecco come per “fame trascurata” divenni “donatore di sangue” e come uno scorbutico sergente inglese accese in me un’idea! Quindi, se hai tempo e voglia, leggi l’unito foglio.  Vivissimi, cari saluti a Te e a tutta la tua bella e simpatica famiglia. Tuo affezionatissimo zio Bruno

P.S. A Te anche particolare GRAZIE quale mio Medico valentissimo.

Come divenni donatore di sangue, di Bruno Manfren, alpino e donatore emerito. Testimonianza pubblicata in occasione del 55° anniversario della costituzione del Gruppo donatori di sangue trevigiano (Giornata del donatore, domenica 11 ottobre 1981, numero unico Avis Comunale di Treviso).

“In quell’anno 1944 ero prigioniero di guerra e mi trovavo nel campo 27/1 di Yol in India, località situata nei primi contrafforti dell’Himalaya a quota metri 1224. Il “rancio” che ci passava la mensa di Sua Maestà Britannica era sufficiente, ma assai monotono. Il sogno di tutti noi era di poter gustare un bel piatto di spaghetti ed una bistecca. Ma lì in India le vacche sono… sacre e non vengono uccise, né, tantomeno, mangiate e gli spaghetti non esistono.

Un bel giorno, dalla voce dell’altoparlante installato su di un palo del reticolato che cingeva la nostra città di baracche di legno, fu trasmesso un appello che su per giù suonava così: “…ci sono dei feriti in arrivo, necessita sangue…”. Radio-naja, cioè voci provenienti dallo staff italo-inglese addetto alla conduzione del campo, completava l’appello con la notizia che ad ogni donatore sarebbe stato servito un lauto pasto proprio a base di… spaghetti e bistecca. Così, senza tanto pensarci (grazie a Dio ero in buona salute), un po’ per un certo senso di umanità ed abbastanza per “fame trascurata”, mi diedi in nota. Quando ci fu dato l’ordine di partire per l’ospedale mi misi in fila davanti al cancello del campo col mio logoro cappello alpino in testa. Eravamo una quarantina di prigionieri di tutte le armi e di varie parti d’Italia, quasi tutti semplici soldati.

I reticolati del campo di Yol, sull'Himalaya

Ci avviammo scortati da militari indiani, al comando di un sottufficiale inglese uso a dare ordini uniti alle solite pesanti espressioni, del resto in bocca a tutti i sergenti del mondo. Giunti all’ospedale cominciarono le visite di idoneità ed i prelievi. Io fui affidato alle cure di un capitano medico indiano, una persona gentile ed educata che personificava un misto dell’efficienza britannica con le millenarie tradizioni della sua razza indù: turbante in testa, barba folta e ricciuta raccolta in una retina e bracciali di ferro ai due polsi. Nel corso della trasfusione egli mi domandò in inglese: “Tenente, perché compie tale atto?”. Onestamente avrei dovuto dirgli: “perché ho fame” ed invece sussurai: “così, per umana solidarietà” ed il discorso si chiuse lì.

.

Dopo la donazione fummo accompagnati alla mensa dell’ospedale dove ci fu offerto un ottimo “tea” ben zuccherato. La famosa spaghettata con bistecca ancora una volta si dimostrò un colpo di naja, cioè un sogno ed un desiderio destinati ad essere impagati. Più tardi, dopo una breve obbligatoria sosta su di un lettino, chiesi di essere riaccompagnato al campo e qui avvenne la metamorfosi del burbero sergente inglese.

Prigionieri italiani a Yol

 

Si irrigidì sull’attenti e facendomi un impeccabile saluto militare d’ordinanza mi disse “You can go, sir” (lei può andare, signore). Rimasi stupito: cosa era successo nell’animo di quell’uomo? Ancora oggi immagino e penso che il fatto di donare il sangue , cioè donare vita, era un gesto di rispetto al di sopra dei rancori di guerra. Forse proprio quell’oscuro e scorbutico sergente inglese è colui che in parte mi ha spinto, qualche anno dopo il mio ritorno in Patria, a costituire in seno alla famiglia scarpona trevisana ed al fianco della benemerita Avis, il primo in Italia “Gruppo alpini in congedo donatori di sangue”. Ricordi di tanti anni fa, in parte tristi e in parte no, comunque per me ancora vivi e sempre validi, perché a far del bene non si sbaglia mai.

Inizia a Donare per salvare una VitaDona su AvisVeneto.it