Il bambino e il generale

Ispirato dalle storie lette su Dono&Vita-web e scritte dall’amico Giuseppe, che mi hanno ricordato attimi delle nostre vite, vi invio a mia volta la storia di Pietro e della promessa fatta da un bimbo ad un papà. Ancora oggi, l’ultima promessa è mantenuta.

Luigi Ficorella, Roma

C’era un bimbo che aveva un amico del cuore di nome Pietro. I due si erano conosciuti in un posto dove gli adulti vestivano camici bianchi e dove anche gli altri bambini, per la maggior parte del tempo, stavano coricati nel letto ad osservare gli aghi conficcati nelle loro braccia. O a guardare il sangue che ossessivamente gocciolava per scorrere dalla sacca attraverso i tubicini trasparenti collegati a quei fastidiosi pungiglioni. Molto spesso i due si ritrovavano lì, tanto che l’ansia ad ogni nuovo ricovero era per ambedue chiedersi se ci fosse già l’altro. E di solito era così.

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Pietro era di poco più grande di età e teneva in gran conto il suo amichetto. Pietro aveva una passione: aveva ricevuto per regalo delle strane penne colorate che se inserite in uno strano marchingegno, disegnavano su di un foglio. Ogni volta si palesavano strane figure o forme, non ben definite, forme astratte e soprattutto tanto colorate. In quelle forme che prendevano vita poco alla volta nell’autonoma rotazione delle penne, i due amici si divertivano a scovare i profili di quella o quell’altra persona, oppure di questo o quell’altro oggetto. I disegni catturavano i loro sogni, alleviaviando i tormenti di quella camera.

Quell’anno il tempo trascorreva velocemente, gli incontri con Pietro durante i ricoveri si susseguivano, evidente era il peggiorare delle sue condizioni fisiche. Il suo buon cuore non sosteneva più il peso dei malanni che affliggevano il suo organismo. I giochi fra i due erano ormai scomparsi, Pietro non riusciva quasi più a parlare, afflitto com’era da quell’affannoso respiro. Spossato, comunicava con gli occhi e tra di loro si capivano al volo. I genitori erano presenti, ma per la crudeltà delle convinzioni e delle convenzioni di quegli anni, non era concepibile che restassero fuori dell’orario di visita ad assistere il figlio. Durante i limitati orari di visita, la mamma di Pietro coccolava il figlio, sempre premurosa. Il papà, invece, restava quasi sempre in disparte ai bordi del letto a godere di quei teneri abbracci, climitandosi a carezzare i piedi del figlio. Il papà di Pietro era un militare di carriera di alto grado. Il bimbo era attratto da quella divisa così lucente e lustrata che vestiva con orgoglioso spessore un uomo dalle fattezze statuarie che quasi incuteva paura a chi gli era dinanzi. Oramai quasi ogni giorno Pietro veniva colto da crisi cardiache: il cuore batteva veloce e con forza, sobbalzava, sembrava volesse uscirgli dal petto. In uno di quei momenti di visita, la solita amorevole scena che il bimbo gustava dal suo letto.

Di lì a poco, però, avvenne qualcosa di imprevisto. Era prossima l’ora di uscita dei parenti, quando il papà di Pietro chiamò il bimbo in disparte per parlargli. Il bimbo s’accostò quasi timoroso. Intuendo lo stupore, il militare lo rassicurò amorevolmente, gli posò una mano sulla spalla e tirandolo a sé gli disse: “sono molti anni che vedo come con Pietro vi vogliate molto bene. Anche se sei ancora un bimbo per quello che hai visto e patito qui dentro, sei molto più grande e maturo dei tuoi nove anni. Ti parlo quindi come a un adulto. Ciò che ti chiedo, lo sapremo solo io, te e nessun altro. Pietro sta morendo, ma  non voglio che questo accada senza che io sia presente. Non me lo perdonerei mai. Prendi…”.

 

Ospedali, fine anni '60

Gli diede un foglietto di carta con un numero telefonico e un gettone: “se Pietro starà tanto male quando io non ci sono, non devi far altro che usare il gettone comporre il numero del telefono scritto nel foglietto e dire il tuo nome. Non occorrerà altro, io capirò”.  Il bimbo assentì con gli occhi e si lasciarono in silenzio, fra uomini non occorrevano altre parole. Non passò molto tempo. Solo due sere dopo, un’oretta prima di mezzanotte, Pietro urlò chiamando il nome del bimbo. Questi corse al suo letto, non c’erano altri bambini in camera. Vide quel petto che non riusciva più a contenere i battiti del cuore. Suonò il campanello, per chiamare infermieri e medici che accorsero. Lui invece uscì dalla stanza in silenzio, con in mano il foglietto e il gettone. La promessa fatta al papà di Pietro fu mantenuta. Non furono passati neppure 15 minuti e i genitori di Pietro entrarono in stanza. Il papà, trafelato, prese la mano del figlio tra le sue. Si voltò verso il bimbo, prima che tirassero la tenda, e lo salutò ringraziandolo con un gesto del capo.

Ancora poco, poi dietro quella cortina con cui gli infermieri avevano nascosto il letto di Pietro, il silenzio si ruppe, facendo spazio a un pianto composto. Pietro era andato, lui non soffriva più. Era passato un anno esatto, il bimbo era ancora lì. Ancora una volta ricoverato, era tornato in quella stessa stanza. Nell’orario di visita quel giorno entrarono i genitori di Pietro. La mamma baciò uno a uno tutti i bimbi della camerata, con le lacrime che scorrevano sul viso. Il papà era come sempre in disparte. Forse per essere un grande soldato – pensò il bimbo – bisogna trattenere in sé il dolore e le emozioni. Il soldato vide il bimbo, lì nel lettuccio in fondo, si mosse verso di lui: “Pietro ti voleva molto bene, ricordalo sempre”. Scattò quasi sull’attenti e lo lasciò con un’ultima carezza sulla testa. Questa fu l’ultima promessa del bimbo…

Assieme a questa storia di vita risalente a una quarantina di anni fa, ne proponiamo un’altra, ancora più “antica”. A legarle le “divise” e un sottile, ma fortissimo, filo rosso (clicca).

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